Birmania, arrestata dai militari Aung San Suu Kyi

01 feb 2021

Una vita intensa, non c'è che dire, all'età di due anni, mentre si recava in Parlamento con la madre per festeggiare il primo giorno di indipendenza del suo paese, vide saltare in aria l'edificio dove suo padre, il controverso padre della patria, Ansan attendeva di essere nominato primo ministro. Poi tanti anni all'estero, prima al fianco della madre, divenuta ambasciatore poi come studentessa presso prestigiosi atenei in Europa e negli Stati Uniti, infine, come moglie di uno studioso di cose tibetane Michael Aris. Vivevano in Inghilterra con i loro figli, la loro vita sembrava essersi finalmente assestata, ma nel 1988, a 41 anni, rientra in patria per assistere la madre malata e trova un Paese in rivolta contro il regime militare che spara sulla popolazione, inseguendola perfino all'interno delle pagode. Si ritrova quasi per caso leader dell'opposizione e vince le elezioni, ma la giunta militare non accetta il risultato e la sbatte in prigione assieme a tutti gli altri leader. Ci resterà quasi vent'anni tra carcere e arresti domiciliari. Il mondo però la sostiene, viene insignita del premio Nobel, diventa il simbolo della resistenza non violenta e della disubbidienza civile, poi la liberazione. L'accordo, sempre più insostenibile, con i militari che le consentono di andare al Governo, ma a condizioni sempre più difficili. La signora, come veniva chiamata in tutto il mondo con rispetto, si ritrova di fatto complice del massacro dei Rohingya e deve difendersi dall'accusa di genocidio davanti al tribunale dell'Aja. Il mondo le si rivolta contro. Una ventina di paesi e di città che gli avevano concesso la cittadinanza onoraria gliela revocano. Roma ancora no. Forse nessuno ha avuto tempo di pensarci. Poi le nuove elezioni lo scorso novembre. Il suo partito, la NLD, ottiene l'83 % dei seggi. Ma i militari, i maestri del genere, l'accusano di brogli. Chiedono alla Corte Suprema di pronunciarsi e nel frattempo di rimandare l'inaugurazione del nuovo Parlamento. Ma i giudici non si piegano. Elezioni impeccabili, sentenziano, si proceda. I militari non ci stanno. Nel giro di poche ore l'orologio viene riportato indietro di almeno 10 anni, pare fosse tutto pronto da tempo. Tutto da rifare, militari al potere e Aung San Suu Kyi di nuovo in carcere. Chissà se stavolta il mondo, in tutt'altre faccende affaccendato, si stringerà di nuovo accanto a lei.

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