Caos in Iraq, 14 morti nelle ultime ore

07 ott 2019

Il bagno di sangue continua. Da una settimana, da quando i manifestanti sono scesi in piazza, prima a Bagdad e poi nel resto del Paese, le violenze non hanno dato alcun segno di rallentamento, anzi nelle ultime ore, secondo quanto rivela Iraqi tv, altri manifestanti sono caduti in scontri con le forze dell'ordine a Sadr City, quartiere sciita da sempre e roccaforte del predicatore Moqtada al-Sadr. Sembra la riedizione del caos durante l'occupazione americana, il quadro, però, ora è se possibile molto più complesso. All'origine delle violenze la dilagante corruzione e la disoccupazione che è arrivata al 25%. Cifre incomprensibili se si pensa che si riferiscono al quinto Paese produttore di petrolio al mondo, ma dove la paga media giornaliera è fissa a circa 6 dollari. È vero, parliamo di un Paese appena uscito da un conflitto ultradecennale, dilaniato prima degli scontri settari tra sciiti e sunniti, interetnici tra curdi, arabi e turcomanni, poi della lotta all'Isis che proprio da Mosul ha lanciato la sua guerra Occidente. La povertà diffusa non è, però, l'unico motivo; a complicare il quadro, già di per sé piuttosto complesso, la crescente ingerenza dell'Iran, sospettato di essere l'ispiratore delle sommosse. Solo che Moqtada al-Sadr, dal principio interlocutore privilegiato di Teheran, ora è a capo di una maggioranza costituita da sciiti secolari, dal partito comunista e dai sunniti. Fra le cause delle proteste ci sarebbe, invece, secondo alcuni osservatori, la decisione del premier Adil Abdul-Mahdi di rimuovere il generale Abdul-Wahab al-Saadi, dal vertice dell’antiterrorismo. La rimozione sarebbe avvenuta su pressioni dei politici più vicini all'Iran, che vedevano con preoccupazione la popolarità del generale tra la popolazione. L'ONU ha lanciato l’appello alla pacificazione, allo stato sembra destinato a restare lettera morta.

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