Hong Kong ancora bloccata mentre continuano le proteste

08 ott 2019

“Ci vuole tempo affinché questo nuovo atto legislativo che vieta l'uso delle maschere abbia effetto. Dobbiamo monitorare attentamente la situazione; al momento non posso dire in maniera categorica in quali circostanze intraprenderemo ulteriori azioni, il che comprende la domanda sul chiedere aiuto al governo centrale che ovviamente è previsto dalla legge fondamentale”. Così, Carrie Lam, governatrice di Hong Kong, in una conferenza stampa, più volte interrotta da battute irriverenti e alla quale alcuni reporter si sono presentati con le maschere antigas, in evidente protesta con il recente divieto, peraltro non ancora rigorosamente applicato. Carrie Lam ancora una volta ha ostentato sicurezza e determinazione, invitando i cittadini al dialogo piuttosto che continuare in quelle che ha definito scene di inaudita e intollerabile violenza. L'appello, però, è rimasto senza riscontro, visto che, proprio mentre Carrie Lam parlava, un gruppo di manifestanti ha ingaggiato una violenta battaglia con la polizia nel tentativo di rioccupare il Parlamento prima della sessione di apertura prevista la prossima settimana. Che le proteste in corso a Hong Kong, oramai da oltre quattro mesi, e iniziate per ottenere un obiettivo già da tempo raggiunto, quello della revoca di una legge che avrebbe permesso l'estradizione per alcuni reati dei cittadini di Hong Kong nella Repubblica Popolare, non siano più espressione di un movimento pacifico è oramai chiaro. Quello che non è chiaro invece è cosa vogliano ottenere e a quali condizioni potrebbero fermarsi. Nel frattempo, in assenza di un vero e proprio coordinamento e di una leadership riconosciuta nel variegato e diviso movimento, e approfittando degli errori e dell'insicurezza con cui il governo locale sta affrontando questa situazione, la città è oramai in balia di gruppi radicali violenti e di una polizia che sembra aver perso ogni forma di controllo e di rispetto per la legge, al punto che oggi sul quotidiano locale più diffuso l'editorialista Peter Kammerer si chiede se Hong Kong sia diventato uno stato di polizia, dove si può essere picchiati e arrestati senza alcun motivo. E mentre tra i cittadini comuni, inizialmente favorevoli alla protesta, ma oggi molto preoccupati, cresce il malcontento e la richiesta di ripristinare l'ordine, oggi un quotidiano locale filogovernativo ha chiesto formalmente l'intervento dell'esercito popolare, la città continua ad essere bloccata ed impaurita. Oltre metà delle stazioni della metropolitana sono chiuse, strade deserte, negozi e uffici pubblici aperti a singhiozzo. I genitori tengono i bambini a casa e le famiglie fanno provviste, e anche se il governo locale ha per ora escluso di ricorrere a nuove misure di emergenza, come il blocco di internet e il coprifuoco, nelle ultime ore migliaia di persone sembra abbiano scaricato i VPN, applicazioni leggere, spesso gratuite, che consentono di aggirare i blocchi governativi e continuare ad accedere a internet, e soprattutto ai social, grazie ai quali i manifestanti si coordinano e anche la stampa riesce a seguire le proteste. Segno che per molte persone il timore di un blocco, come avviene in Cina, è concreto e reale.

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