Referendum Cgil, i quesiti su art.18, voucher e appalti

Sono tre i referendum promossi dalla CGIL in materia di lavoro e sui quali il sindacato guidato da Susanna Camusso ha raccolto 3.300.000 firme complessive, oltre 1 milione per ciascun quesito. L’11 gennaio prossimo la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla loro legittimità, ma su cosa potranno essere chiamati ad esprimersi i cittadini? Partiamo dal referendum sui licenziamenti illegittimi. Si chiede, in pratica, di cancellare quelle norme del Jobs Act, uno tra i provvedimenti simbolo del Governo Renzi, ma anche eliminando alcuni limiti introdotti dalla riforma Fornero che hanno superato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sostituendo il diritto al reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa con un indennizzo economico che aumenta con l’anzianità di servizio tramite il contratto a tutele crescenti, da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità. Il lavoratore assunto dal marzo 2015 non torna, così, più in azienda, tranne che il licenziamento abbia motivi discriminatori o le sue ragioni siano manifestamente infondate, anche se una sentenza del giudice del lavoro si esprime in suo favore. L’obiettivo della CGIL è, però, anche di estendere le tutele del vecchio articolo 18 alle piccole aziende sopra i 5 dipendenti, dai 15 attuali. L’altro quesito chiede di abolire i voucher, i buoni INPS nati per pagare le prestazioni di lavoro realmente occasionale e senza contratto, ma i settori di utilizzo nel tempo sono stati ampliati e alzato a 7.000 euro l’anno il tetto massimo di reddito ricavabile per un lavoratore. L’impennata è stata esponenziale, passando dai 500.000 buoni venduti nel 2008 ai 115 milioni del 2015, con il rischio di coprire proprio quel lavoro nero che dovevano far emergere. Il Governo è già intervenuto per limitare i possibili abusi, rendendo i voucher totalmente tracciabili, ma per il sindacato non basta. Infine, con il referendum sugli appalti, abrogando parti della legge Biagi, si chiede di reintrodurre la piena responsabilità in solido tra appaltatori e appaltante in caso, ad esempio, di irregolarità retributive o contributive nei confronti dei lavoratori. Traducendo: anche la società che affida i lavori ad altre imprese è responsabile e, dunque, viene chiamata a rispondere delle eventuali violazioni contrattuali commesse da chi ha ottenuto il subappalto.


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