John Elkann terrà fede ai patti, promette di voler investire nel paese dove i suoi avi, la famiglia Agnelli fondarono la Fiat. "Per noi l'Italia ricopre un ruolo centrale". Lo dice in Parlamento il presidente di Stellantis con l'auspicio che d'ora in poi il bilancio tra ciò che il gruppo dell'auto ha avuto dallo Stato e quello che ha dato non sia più divisivo. Elkann cita molti dati per sottolineare quanto fatto negli ultimi decenni tra risorse impiegate, imposte versate e stipendi. Conferma quindi che la multinazionale nata dalla fusione con Peugeot Citroen, quest'anno spenderà 2miliardi nel nostro paese per investimenti e altri 6 per acquisti da fornitori nazionali. Cioè quanto assicurato a dicembre quando si erano esclusi i licenziamenti, ma senza parlare di cassa integrazione alla quale spesso si ricorre nelle fabbriche dove sono impiegati oltre 40mila dipendenti. Il 2025 sarà un anno difficile, ammette Elkan. Il 2026 dovrebbe andare meglio ma pesa l'incognita dei dazi. Nella penisola aumenterà la produzione che l'anno scorso con le vendite in discesa è calata a livelli che non si vedevano dal 1956. Le difficoltà di Stellantis e di molte altre case europee delle quattro ruote è dovuta a molti motivi. Costi di produzione superiore del 40% rispetto ai concorrenti cinesi e prezzi dell'energia molto alti, cinque volte superiori, dice il numero uno di Stellantis a quelli della Spagna. Critiche all'Europa, il rinvio delle multe ai costruttori che non riducono le emissioni è un intervento di corto respiro, insufficienti aggiunge gli 1,8miliardi di Bruxelles per sfornare batterie nel continente. Urgente ricorda, potenziare la rete di colonnine di ricarica. Infine sull'ipotesi di riconvertire l'industria dell'auto in imprese della difesa, Elkann è lapidario. "Dunque noi non riteniamo che il futuro dell'auto sia l'industria bellica". .