Passaporto vaccinale, i dubbi del Regno Unito

24 feb 2021

Passaporto si, passaporto no, questo è il problema. Ora che il Regno Unito ha coperto con la prima dose del vaccino anti covid, oltre un terzo della propria popolazione adulta e attende con impazienza di realizzare la propria roadmap che vede nel 21 giugno la data ultima di un possibile cauto ma irreversibile ritorno alla normalità, il tema di un certificato che attesti la propria immunità al virus sta cominciando ad animare il dibattito pubblico, si guarda a Israele e al suo greenpass, ma il Regno Unito non è lo Stato ebraico, i suoi cittadini non hanno una carta di identità e non possono essere arbitrariamente fermati per strada e interrogati sulle proprie generalità. L'adozione di un passaporto vaccinale solleva quindi, nella terra di John Locke e soprattutto John Stuart Mill, problemi etici non da poco, porta con sé profonde e complesse istanze per usare le parole del premier Boris Johnson. Una preoccupazione riguarda una possibile discriminazione, quindi l'idea che ci sarebbero disuguaglianze o cittadini di serie a e di serie B. Questo è un pò tutto il linguaggio che viene usato attorno a questo problema e c'è un'altra questione che a che fare con la libertà individuale, soprattutto in questo Paese ha l'idea che lo Stato, l'autorità possa interferire in maniera così importante contro l'autonomia delle persone sul proprio corpo, in questo caso, ma sulle proprie libertà personale più in generale, è una cosa abbastanza sentita. Unito ciò non va dimenticato il tema della protezione dei dati sensibili. Oltre che per decidere, come organizzazione criminale di mettere in piedi un business di creazione di passaporti digitali falsi, per venderli questa è la prima, secondo potrei fare quello che normalmente le organizzazioni criminali fanno con tutti i nostri dati, a maggior ragione quelli sanitari, per esempio, rubarli, riutilizzarli, rivenderli più o meno a soggetti che lecitamente possono acquistarli e così via.

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